Partono le bonifiche nell’area Ex Resit

Storia del ventre malato di Giugliano

50 milioni di euro è la cifra sbloccata per rendere possibile la bonifica dell’ex Resit, la vasta aerea nel comune di Giugliano che è stata il centro nel corso degli anni dello sversamento criminale e legalizzato di 341 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, di 160 mila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e di 305 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani. L’intervento di bonifica sarà effettuato dalla Sogesid s.p.a., una società interamente controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in quello che va configurandosi come l’ennesimo caso di conflitto di interessi del nostro paese.

L’ex Resit, insieme alla discarica di Novambiente di proprietà del boss pentito Vassallo (tra le menti dei traffici dei rifiuti tossici che dal Nord Italia giungevano in Campania), alla discarica di Masseria del Pozzo, alla Schiavi e alla Cava Giuliani, occupa una vasta aerea di 120 ettari di terra.

A capo del gruppo il plurindagato avvocato di Parete, Cipriano Chianese, arrestato nel  2005 per concorso esterno in associazione mafiosa,  il primo a comprendere l’inestimabile volume di affari che il traffico illegale di rifiuti rappresentava. Alla fine degli anni ottanta Chianese fondava la Setri, ribattezzata poi Resit, una società che si sarebbe dovuta occupare del trattamento dei rifiuti pericolosi che giungevano da tutta Italia. Rifiuti che una volta sul posto però anziché essere smaltiti venivano seppelliti in una delle cave di cui era proprietario. Nel frattempo, Chianese ospitava al suo tavolo massoni toscani, faccendieri liguri e camorristi casalesi tra cui Vassallo per tessere una rete di rapporti criminali che gli avrebbero consentito di guadagnare oltre 700 milioni delle vecchie lire al mese. Soldi che entrano nelle sue tasche anche quando i guai giudiziari iniziano a diventare seri: nei tempi dell’emergenza, tra il 2001 e il 2003, i suoi impianti, invece di essere chiusi e bonificati, venivano usati dal commissariato di governo sotto il pagamento di una cifra che s’aggira intorno ai 35 milioni di euro.

Un quadro desolante che ha avuto il risultato di avvelenare il terreno e le falde acquifere di un’area che ha una produzione agricola per ettaro superiore a qualsiasi altra parte d’Italia e nella quale, malgrado la presenza nel terreno e nelle falde acquifere di sostanze cancerogene come tricloroetano, diclorobenzene e dicloroetilene, si genera un mercato ortofrutticolo che per buona parte è fuori controllo. Mentre  la malavita organizzata continua ancora a oggi a sversare rifiuti per poi bruciare le prove.

Una disastro ambientale totale che, stando alle parole di Giovanni Balestri, il geologo  incaricato dalla Dda di Napoli di indagare sul contenuto delle acque dei pozzi della zona entro il 2064 diventerà inevitabile, quando cioè il percolato altamente tossico che «fuoriesce inesorabilmente dagli invasi sarà completamente penetrato nella falda acquifera che è collocata al di sotto dello strato di tufo sopra il quale si trovano le discariche. I veleni contamineranno decine di chilometri quadrati di terreno e tutto ciò che lo abiterà».

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